Se rilevassimo agenti inquinanti pericolosi i fanghi verrebbero smaltiti

Ha fatto molto rumore l’indagine condotta dai Carabinieri Forestali del Gruppo di Brescia relativa a un presunto traffico illecito il cui risultato sarebbe stato lo smaltimento nei campi del nord Italia di circa 150mila tonnellate di fanghi tossici. I materiali – contaminati con metalli pesanti, idrocarburi e altri veleni – sarebbero infatti stati sparsi su oltre 3mila ettari tra Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e Piemonte. Lo scandalo sulla produzione e l’utilizzo di gessi di defecazione da fanghi tossici in agricoltura, da parte dell’azienda bresciana, ha riportato alla luce un tema alquanto dibattuto e certamente poco conosciuto, ovvero il trattamento dei fanghi di depurazione. Un curioso miscuglio composto da tre quarti d’acqua e uno di rifiuti, capace dunque di condensare in un sol colpo due mondi solo apparentemente distanti tra loro, ovvero il ciclo idrico e quello dei rifiuti. Ma cosa sono esattamente questi fanghi? Cosa contengono? Come vengono trattati e, soprattutto, rappresentano un potenziale pericolo per la salute dell’uomo e dell’ambiente? A fare chiarezza sulla materia è il responsabile del Servizio Idrico di AimagFloriano Scacchetti. “I fanghi – spiega – sono un sottoprodotto del processo di depurazione delle acque reflue urbane. In altre parole, costituiscono la parte organica che viene separata dalla matrice liquida prima che quest’ultima possa essere reimmessa nel circuito delle acque superficiali”.

A livello nazionale una volta prodotti, per i fanghi, così come accade per gli altri rifiuti, si aprono due strade: lo smaltimento o il recupero. Uno dei sistemi più utilizzati per il riutilizzo dei fanghi di depurazione riguarda l’impiego in ambito  agronomico. I fanghi, che una volta sottoposti a opportuni trattamenti con sostanze chimiche si chiamano gessi di defecazione, sono infatti da tempo utilizzati come fertilizzanti in agricoltura, considerato il loro contenuto di sostanze organiche e di minerali come azoto, fosforo e potassio. Le filiere però non si limitano a quella agronomica ma anche, ad esempio, a quella energetica. 

“Ieri come oggi, – aggiunge Scacchetti – con il susseguirsi a livello nazionale di comportamenti scorretti a opera di ditte autorizzate al ritiro di questi prodotti, si generano delle forti limitazioni ricettive, inasprimenti normativi ambientali anche a livello locale creando difficoltà nell’individuazione dei giusti interlocutori e distorsioni del mercato con innalzamento dei prezzi di conferimento. Ai sensi della delibera dell’Autorità di Regolazione Energia Reti ed Ambiente n. 917 del 2017 i gestori dei servizi idrici vengono valutati, tra l’altro, anche per le quantità di fanghi inviati a recupero rispetto ad altre destinazioni a smaltimento, ricevendo premialità o viceversa penalità in base ai comportamenti più virtuosi di riutilizzo”.

Aimag è un gestore medio-piccolo rispetto al panorama nazionale e, prosegue Scacchetti, produce circa “10.500 tonnellate all’anno di fanghi disidratati, contro i milioni e milioni di tonnellate prodotti nel resto del Paese e il loro riutilizzo è in ambito agronomico grazie a una filiera controllata in modo puntuale”.

L’impiego dei fanghi di depurazione come fertilizzanti potrebbe presentare alcune criticità, riconducibili alla possibile presenza di composti organici nocivi. “In realtà – spiega Floriano Scacchetti – non ci sono rischi né per l’ambiente né per l’uomo se tutto il processo viene eseguito nel rispetto delle regole. Ricordo che i fanghi che Aimag invia alla ditta emiliano romagnola che si occupa del recupero sono già stati sottoposti a controlli rigorosi. I fanghi destinati ai sistemi di trattamento devono infatti avere caratteristiche ben precise già in ingresso, con una concentrazione di elementi potenzialmente inquinanti (dalla carica batterica ai metalli pesanti) pressoché residua. Noi produttori siamo giustamente obbligati a compiere una doverosa e frequente serie di analisi sui fanghi tese a individuare anche sostanze complesse. Poi queste ditte, dopo ulteriori controlli, li condizionano e li rimettono in circolo”.

In soldoni, i fanghi che si impiegano per la produzione dei gessi devono per legge essere compatibili con i limiti previsti dalle autorizzazioni degli impianti di trattamento, prima della loro trasformazione. Se così non è, non possono essere utilizzati e chi lo fa, compie un reato. A controllare non sono solo i gestori ma anche enti terzi che ne certificano la sicurezza: “Arpae – prosegue Scacchetti – è il nostro principale organo di controllo. L’impianto di depurazione di San Marino tratta acque reflue che non presentano sostanze inquinanti particolarmente pericolose: nel caso in cui dovessimo riscontrarle i fanghi verrebbero destinati allo smaltimento ma tale problema non si pone da anni nel nostro territorio”.

Oggi in Emilia Romagna oltre il 95% dei fanghi viene trasformato in gessi. Il problema è che in molte parti d’Italia i gessi derivati da fanghi di depurazione non sono tracciabili, un buco normativo a cui la Regione Emilia Romagna ha cercato di mettere una toppa.

Nella nostra regione infatti ogni operatore deve mantenere un registro di carico/scarico (vidimato dalla provincia che ha rilasciato l’autorizzazione), dove devono essere annotati i quantitativi di fanghi in ingresso, la denominazione del depuratore di provenienza, dei reattivi impiegati, le quantità di gessi prodotte ogni giorno, l’azienda agricola al quale sono stati consegnati i gessi, l’indicazione dei fogli e dei mappali catastali dove si somministra il prodotto, il tipo di coltura. Per ogni “lotto” di fanghi, identificato da un codice, si può dunque ricostruirne la “filiera” anche per accertare eventuali responsabilità.

Per l’impiego nei campi, i gessi di defecazione devono inoltre seguire i medesimi protocolli previsti per i liquami e si redigono, come per tutti gli altri fertilizzanti, i Piani di Utilizzo Agronomico per ciascuna azienda, da cui si possono conoscere le superfici catastali trattate e le quantità impiegate in ciascun appezzamento.

“In Emilia Romagna esistono una normativa rigorosa e controlli costanti sia sui fanghi che sui terreni, così come è grande l’attenzione degli organi competenti affinchè tutto sia fatto a regola d’arte. Per garantire una gestione virtuosa a livello nazionale – conclude Floriano Scacchetti – sarebbe auspicabile che il Governo centrale per esempio stilasse un piano strategico nazionale per una corretta gestione dei fanghi, materiale in continua crescita. E’ pertanto necessario reperire nuovi e più sicuri modi per ricollocare i fanghi di depurazione, sviluppare e applicare tecnologie innovative capaci di ridurne notevolmente la produzione e avviare a linee di recupero di alcune materie, come il fosforo e le bioplastiche ad esempio, in un’ottica non di bacino ristretto bensì di territorio allargato, a cui più gestori possano fare riferimento per abbattere i costi e garantire trasparenza e sicurezza su tutto il territorio del Paese”.

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